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Dierre per Case di Luce, il progetto di Pedone Working

Case di Luce nasce dal rispetto delle caratteristiche bioclimatiche del luogo ed è il complesso più grande in Europa costruito in canapa e calce.

Noi di Dierre abbiamo preso parte alla realizzazione di questo edificio con le nostre porte Synergy Out. Leggi l’intervista a Massimo Pedone, co-fondatore della Pedone Working, per scoprire di più.

Le chiediamo una breve presentazione della Pedone Working. Come la descriverebbe in poche parole?

Il nostro gruppo si compone di due aziende: la Pedone Working S.r.l., impresa di costruzioni generali che da oltre un ventennio è specializzata in bio-edilizia. Pedone Working S.r.l. si contraddistingue per l’uso di materiali naturali nella realizzazione di interventi immobiliari diretti o appalti privati; tale peculiarità è stata riconosciuta a livello nazionale con il Premio per lo Sviluppo Sostenibile nel 2018, e a livello internazionale con il Green Building Solutions 2016.

Lo studio di progettazione PS_architetture, impegnato nella ricerca progettuale e nella ricerca e sviluppo. Anche in questo caso lo studio si ispira ai materiali naturali e ai principi bioclimatici per raggiungere il benessere indoor. PS_architetture, oltre ad aver vinto due volte il Cubo d’Oro dei CasaClima Awards, ha vinto. in collaborazione con altri colleghi, il concorso internazionale di Progettazione per la Valorizzazione e Riqualificazione Integrata della costa di Ugento nel Salento.

PS_architetture lavora in sinergia con la Pedone Working S.r.l., e anche per interventi su committenza privata e pubblica. Entrambi, da oltre un decennio hanno incentrato il loro interesse sull’uso della canapa in edilizia, diventando leader nell’utilizzo e nello sviluppo di tecnologie costruttive con questo materiale. Da qualche anno, il gruppo si occupa anche di produzione e sviluppo tecnologico con il marchio BIOMat canapa.

 

Quando e come è nato il progetto Casa di Luce?

Siamo in Puglia, precisamente a Bisceglie (Bt) e il progetto rientra in un programma più ampio di Rigenerazione Urbana.

Parte nel lontano 2008 affrontando innumerevoli problematiche amministrative scaturite dall’idea di voler integrare l’edilizia privata con un giardino pubblico, il progetto era quello di acquisire l’area verde, che non era nella disponibilità comunale.

Questa “etica” per la collettività, ha permesso l’inizio dell’edificazione solo parecchi anni più tardi determinando l’ultimazione del primo edificio Case di Luce nel 2016, mentre oggi è in realizzazione, e sarà completato a ridosso dell’autunno, il secondo edificio Case di luce nel Verde.

Il bioclimatismo è alla base delle scelte progettuali di entrambi gli edifici, pertanto, in funzione del diverso orientamento, il progetto di Case di Luce permette di far guadagnare all’edificio tutto ciò che può nel periodo invernale, attraverso gli apporti gratuiti delle serre solari.
Nel progetto di Case di luce nel Verde, un’attenta progettazione ha permesso, attraverso specifici studi di irraggiamento e ventilazione naturale, di far guadagnare all’edificio tutto ciò che può nel periodo estivo. Gli spazi di distribuzione orizzontale e verticale dell’edificio, vengono concepiti come veri e propri canali di ventilazione ottenendo una temperatura mitigata che viene utilizzata dall’impianto di ventilazione permettendo quindi un naturale raffrescamento.

Un’attenta esecuzione di un involucro naturale, completamente in calce e canapa, assicura poi un’altissima efficienza termica, igroscopica ed acustica ottenendo un impagabile benessere abitativo. L’Enea e il Politecnico di Bari, attraverso delle campagne di misurazione, attestano che all’interno delle abitazioni, senza alcun ausilio impiantistico, con l’appartamento in “stato di quiete” si mantiene una temperatura di circa 20°C in inverno e di circa 26°C in estate, mantenendo un tasso di umidità tra il 55/60%.

Per Casa di Luce sono state scelte le porte blindate della linea Synergy Out, perché questi prodotti hanno fatto la differenza?

Sia per Case di Luce che per Case di luce nel Verde abbiamo scelto la porta Synergy Out.

La scelta è caduta su questa porta perché l’obiettivo era proprio quello di ottenere prestazioni termiche e igrometriche con minime dispersioni di aria, la Synergy Out le garantisce grazie ad un involucro altamente isolato.

Correzione del ponte termico tra sottoincasso e telaio, buona prestazione termica e ottima tenuta all’aria della porta: queste erano le tre promesse del prodotto, e possiamo affermare che non sono rimaste solo 3 promesse astratte! Abbiamo avuto la riprova della loro concretezza grazie ai dati rilevati dall’Enea e dal Politecnico di Bari, oltre che dal grado di soddisfazione dei nostri clienti.

 

 

Qual è la Sua visione del futuro dell’architettura? Verso quale direzione sta andando e
in che modo la sostenibilità la sta “trasformando”? 

Oggi si parla tanto di sostenibilità in architettura, anzi direi che si abusa di questo termine, ma una “visione” globale della sostenibilità vera, io la riscontro solo raramente. Direi che oggi ci sono diverse metodologie di pensiero: chi ritiene che il semplice utilizzo dei materiali isolanti sintetici basti a rendere “sostenibile” un’architettura, senza però considerare che la produzione dello stesso materiale utilizzato, ha incrementato repentinamente le immissioni di CO2 in atmosfera.

C’è poi chi ha declinato il “verde” come vero e proprio linguaggio architettonico. In questo caso dietro il “vestito green” solo a volte si cela una architettura pensata in modo sostenibile.

In un modo globale come l’attuale, fatto di “copia ed incolla”, spesso ritroviamo progetti duplicati in contesti architettonici, ambientali e climatici completamente differenti tra loro, dimenticando la contestualizzazione architettonica, sociale e climatica. Così edifici tra loro analoghi vengono “ripetuti” in Sud America, così come in Asia, e in Nord Europa!

Noi abbiamo una filosofia di pensiero differente. Partiamo dal presupposto che qualsiasi intervento edificatorio lascia una “impronta” negativa sull’ambiente, sappiamo però che il “peso” di questa impronta può essere differente a seconda del progetto e della tecnologia costruttiva utilizzata.

Noi usiamo la Natura come “materiale da costruzione”, rendendo “quanto più leggero possibile” l’“impatto ambientale” del nostro progetto; a volte l’uso del mattone di canapa permette addirittura di azzerare il peso dell’intero intervento edificatorio essendo questo l’unico materiale a CO2 negativo.

Nel nostro processo progettuale partiamo sempre dall’analisi architettonica del sito ma anche dall’analisi bioclimatica e, lavorando quasi sempre in clima mediterraneo, cerchiamo di fondere gli stilemi dell’architettura mediterranea con l’uso di tecnologie costruttive adatte ad un clima caldo e umido.

Direi che oggi l’architettura ha perso purtroppo il suo valore “sociale”, questo è dovuto alla costante perdita di interesse della società verso l’architettura (così come verso tante forme culturali!). Oggi si parla a tutti i livelli di Rinascita e di Ricostruzione “Sostenibile” ma in nessun tavolo di queste concertazioni siedono gli architetti, così ognuno di noi sta cercando di dare una propria personale risposta al tema.

Il mio pensiero sul mio ruolo da architetto è perfettamente espresso nella frase del filosofo spagnolo José Ortega y Gasset (1883-1955) “Io sono me stesso più il mio ambiente. Se non preservo quest’ultimo, non preservo allora nemmeno me stesso.”